Terlizzi Nucleo Medievale Radiocentrico Disegno a punta di penna
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Vita di città

Vito Bernardi ricorda l'architetto Michele Gargano a 30 anni dalla scomparsa

Schizzi e scritti di un interprete della cultura terlizzese più alta

Ospitiamo sulle nostre pagine uno scritto del dott. Vito Bernardi, storico terlizzese, intellettuale, già direttore della civica biblioteca comunale. Questa volta Bernardi intende celebrare un uomo che ha profondamente segnato la cultura della città dei fiori, come l'architetto Michele Gargano. Questo il suo scritto integrale (Cosma Cacciapaglia).



Il mondo poetico di Michele Gargano, l'Architetto Umanista(1917-1995)
Mi corre l'obbligo, in occasione del trentennale della dipartita dell'arch. Michele Gargano avvenuta il 22 dicembre 1995, di presentare con questo contributo, giusto e doveroso omaggio a un sì grande intellettuale e verace concittadino, la sua vena poetica, frutto del suo estro creativo, che l'architetto ha cercato sempre, per la riservatezza e la discrezione che lo caratterizzavano, di tenere nascosta. Ho potuto conoscere e apprezzare la sua produzione poetica in un incontro di tanti anni fa ,nella storica casa terlizzese di via Sabotino della famiglia Gargano, con la gentile signora Maria, consorte dell'architetto, e la prediletta figlia Maria Gabriella, che mi presentarono un ristretto ma ben definito corpus di poesie ed espressero il desiderio di inserire nel quarto quaderno della Biblioteca dedicato al Nostro che andavo preparando le più significative. Scelsi, perché mi sembrarono molto rappresentative, due poesie dedicate alla sua amata Terlizzi che l'amico Michele chiamava sua "culla, sua "madre" per mitigare il dolore di figlio della "diaspora romana" che a volte scherzando amava definirsi "romano di Ciurcitano".

Rapporti di sincera, fraterna amicizia mi legavano alla sua persona, accumunati dal comune e sfrenato amore di far conoscere i tesori della nostra Città che per molte volte sono stati e vengono ancora oggi dimenticati. E' stato per me un vero e gradito onore passare del tempo insieme, specie durante il periodo estivo quando si rifugiava nella sua piccola e graziosa magione terlizzese di via Sabotino. Abbiamo discusso, lui sempre cortese ed ospitale, di cultura, di arte e specie di poesia che sin dalla giovane età lo aveva sedotto, affascinato. Appartiene alla storia meravigliosa di quest'uomo la sua raccolta poetica pervasa di freschezza, genialità, giovanile entusiasmo, vero tesoro di autentica umanità, custodita gelosamente nel "Fondo Gargano" della Civica Biblioteca, che quasi con religioso rispetto per la prima volta cerco di presentarla nella sua interezza. Quella che mi fu consegnata, anche se non vasta, appartiene alla storia splendida e in alcune circostanze amara di un uomo che con la sua connaturata semplicità e umiltà, tipica dei grandi e dei saggi, era in continuo dialogo con la Bellezza. Una produzione in cui si interfacciano paesaggi, scene di vita , personaggi, eventi , esperienze, sentimenti , insomma l'umanità viva, vera che la poesia rende grande e nobile. La sua fantasia intuisce e coglie il senso profondo della natura e della realtà. La poetica del Gargano racchiude in sé il tipico linguaggio dello spirito umano proteso verso il bello, il vero, il bene, che diventa fuoco che crogiola immagini. idee, visioni. E' l'intimo bisogno di presentarsi e di presentare un vissuto dedicato all'arte, agli affetti, alla memoria, a una nuova visione di città in simbiosi spirituale e fisica con la vita degli uomini. Insomma un corpus poetico che abbraccia elementi privati ma anche pubblici. La sua forma espressiva, versi e strofe, è indice di colta preparazione e conoscenza, non segue uno schema metrico preciso, distintivo , ben strutturato, va oltre, rompe ogni schema, si presenta libera come è stato lui sempre libero. Ho creduto opportuno dividere la Silloge in tre Sezioni in quanto la produzione poetica del Gargano subisce influssi causati dalle diverse circostanze della vita. La prima Sezione, la più consistente, dal titolo "Poesie Giovanili" si compone di ben ventidue liriche; la seconda ne presenta sei ; la terza si chiude con sette poesie. Delle tre sezioni della Silloge mi è sembrato doveroso riportare tutte le poesie che, in numero di trentacinque, evidenziano in maniera emblematica e chiara sentimenti, pensieri, esperienze, speranze, emozioni, situazioni. La prima Sezione copre un lasso di tempo che va dal 1933 al 1938; la seconda dal 1946 al 1955; la terza dal 1972 al 1976. La Silloge racchiude anche due poesie, - "E' maggio" e " Ti saluto fratello" che risultano prive di data:

Prima Sezione: "Son giovane e son poeta"(1933); "A Dante" (22 marzo 1936); "Vogare"(21 marzo 1936);" Le rondinelle"(21 marzo 1936);"Il mio bell'ovile"(23 marzo 1936); "A un'ala"(23 marzo 1936);"A Roma"(6 maggio 1936);"Vespero" (5 luglio 1936);"Il fabbro"( 14 agosto 1936);"Mare"(2 settembre 1936);"Mattino" (20 novembre 1936);"Natale" (19 dicembre 1936);"Al Duce- L'atavica virtù" (14 dicembre 1936);"La ninfa" (1936-'37);"Primavera italica" (1936-'37);"Vigilia d'armi" (10 marzo 1937); "La falce" (24 luglio 1937);"Il ritorno"( 21 agosto 1937);"I sogni miei" (2 novembre 1937);"Ben so"(1937);"Ferrara"(1937);"La pioggia" (11 maggio 1938);
Seconda Sezione: "Saluto"(31 dicembre 1946);"Il Padre"(4- 5-marzo 1947);"Domenica d'aprile" (4 aprile 1948);"Roseo messaggio del cielo"( 19 maggio 1950); "A Terlizzi"- "Terlizzi": due poesie, la prima inserita nella Relazione Generale del P.R.G. di Terlizzi del 1956'57, la seconda nel Piano Regolatore Generale del 1957.
Terza Sezione: "Di e per Michelangelo a Domenico De Vanna" 1972;"Brumbrum" (29 settembre 1973);"Ruvo"( novembre 1973),"Ostuni" (novembre 1973); "Terlizzi"(novembre 1973);" A Don Pietro Pappagallo, a Gioacchino Gesmundo, Martiri delle Ardeatine"(24 marzo 1974);"Ruit Hora" (2 novembre 1976).

Ogni poesia del Gargano ha una sua storia, perché rivela la personalità e l'anima autentica del poeta. E' necessario presentare con un opportuno, sintetico ed essenziale commento le prime undici poesie che reputo le più belle e le più suggestive, anche se son tutte belle e suggestive. Le rimanenti saranno presentate nei successivi contributi.

La prima Sezione inizia con la poesia datata 1933,"Son giovane e son poeta", nella quale l'adolescente poeta, nella primavera della vita, si presenta innamorato, entusiasta , ricco di ideali, disinvolto, desideroso di abbracciare, scoprire e girare il mondo, solcando le dolci e salmastre onde marine, insomma con un carattere pronto ad affrontare anche avversità ed ostacoli. Ha concluso presso il Convento delle Clarisse il quarto anno integrativo della Scuola di Avviamento, ha sedici anni, e si prepara all'ammissione al Liceo Artistico di Firenze, dove incontra il pittore postmacchiaiolo Gaetano Spinelli da Bitonto(1877-1945) e nel 1937-'38 consegue il diploma di maturità. Il giovane, nel fior degli anni, ha un portamento sbarazzino, sa dove vuole arrivare , cerca l'amore, viene dalla Terra Apulo-Lucana, terra di Orazio, di luce e di magie, di briganti, di poeti e di contadini e porta con sé sogni , desideri, progetti. Come gli antichi aedi di poemi, di miti e di storie, è un ricercatore e cantore di Bellezza e di bellezze che lo coinvolgono e lo trasformano. Ma la vera Bellezza la troverà nell'Art tout court, la bellezza nella graziosa, adorabile e generosa Maria, la sua amata per tutta una vita che lo cambierà in cute e in core :
Son giovane e son poeta, /sconvolta ho la chioma, /ritto lo sguardo, acceso/ il cuor, l'anima indoma.
Io vengo di lontano, /meco porto la musica/del mare; mi conduce/la vestale per mano.
Dalla terra di Orazio,/come l'aedo antico/cultor della bellezza,/canto e innalzo allo spazio/
la canzone del sole/a primavera…Il suono/della voce, o Maria,/a te dirà chi sono!/Dirà ch'io t'amo/ Un ignoto.

La seconda lirica della prima Sezione dal titolo "A Dante", porta la data del 22 marzo 1936.E' un atto di amore per il Sommo Poeta, il padre della lingua italiana, la lingua del popolo. Il poeta è a Firenze per conseguire il diploma di maturità artistica. Non può fare a meno, attratto dal suo pensiero e dalla sua poetica, di rendere un dovuto, sentito e devoto tributo di affetto al grande Fiorentino, recandosi spesso nella chiesa di Santa Reparata, antica cattedrale di Firenze, sulla tomba di Guido Cavalcanti, celebre poeta del Dolce Stil Novo e "il primo dei miei amici" come lo riteneva Dante. Su quella tomba, una soave preghiera filiale scaturisce dal profondo del suo cuore, simile alla corale preghiera degli angeli rinascimentali di Melozzo da Forlì. Non dimentica di deporre un rametto di lauro, simbolo di gloria e di nobiltà, sottratto alla pineta della passione e dell'amore che travolsero Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, intenti nella dolce e appassionata lettura della storia di Ginevra e Lancillotto. Carnale desiderio che i due innamorati scontano nel secondo cerchio dell'Inferno tra i lussuriosi(Canto V della Divina Commedia):
A te infinite volte vegno/sull'antico avel del buon Guido/e pregoti dolcemente, Dante mio!/Mi sale allor preghiera filiale/ del cor commosso, suavisssima/come gli angioli di Melozzo.
Porto meco di lauro un ramo,/tolto nel meriggio alla pineta/ombrosa che vide Francesca/
sorridere innamorata…/e te il poso accanto, fraterno.

Della prima Sezione della Silloge fanno parte le liriche di seguito riportate: "Ferrara"(1937); Primavera Italica"(1936'37); "Mattino"(20 novembre 1936);
Nel suo continuo peregrinare giovanile non manca di visitare "Ferrara", la città degli Este a cui dedica romantici e suggestivi versi. La magnifica capitale estense lo ammalia. E' attratto dalla sua bellezza, dal suo fascino, dal suo glorioso passato, dalla sua elegante architettura, dalla sua armonica urbanistica rinascimentali. Alla corte degli Este, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso cantarono l'arme, gli amori , le audaci imprese; i gentiluomini esaltavano la gran dama Isabella, amante dell'Arte; Alfonso I e Niccolò III d'Este abbandonarono le armi e si rifugiarono in sontuosi palazzi per dedicarsi agli svaghi e agli affari che resero famosa e ricca l'immensa Valle del Po. Ora il silenzio avvolge la solitaria Ferrara e la si riconosce solo nelle rinascimentali pitture di Cosmè Tura:
Qui cantaron dei capitani/l'armi e gli amori/Torquato e Ludovico.
In veste di zendado,/i cortigiani/laudarono per ogni vico/Isabella estense.
Alfonso e Niccolò,/tra Palagio e Schifanoia,/fecer ricca,/disdegnando il boia,/valle di Po.
Or fatta silente,/erma Ferrara,/nei colori vivi/di Cosmè Tura.

Nella lirica "Primavera italica!", il poeta non ammira il passaggio da Comune a Signoria di Milano(Visconti-Sforza), Verona(Scaligeri), Ferrara(Estensi), Firenze(Medici). Si rende conto che solo le libertà comunali hanno potuto garantire a quelle città sviluppo e progresso. Richiama ed esalta i gloriosi momenti del Carroccio, simbolo di libertà, autonomia e resistenza comunale. Si rafforza nel poeta il concetto di libertà, nonostante il momento storico che lo circondava l'avesse offuscato e represso:
O tempi dei Comuni, quando tra canti/e maggiolate uscivano nei belli/ordinamenti dei tornei i
cavalieri;/e le milizie cittadine difendevano/con l'ugne e il ferro le nascenti/ libertà
comunali!/Tempi del Carroccio e di Legnano!/Primavera italica!

Con il "Mattino", il Nostro ritorna alle sue origini , alla sua Puglia cantata dal lucano Orazio nelle Satire che ci offrono una terra con paesaggi incantevoli e pieni di vita. Dal Promontorio Dauno al Tavoliere, dove l'immortale ulivo abbraccia il mandorlo, fino alla estrema punta del Tacco d'Italia, si balla e si canta per l'arrivo dell'Estate di San Martino, stagione mite ma breve, che per le apule genti diventa momento di aggregazione, di rafforzamento dei legami comunitari. Si rinnovano antiche tradizioni contadine legate alla fine del ciclo della terra:
La terra che per Venosa, sole,/ti dette Orazio, dal promontorio/giù a santa Maria di Leuca/or tutta s'illumina di canti.
La bassa piana dove immortale/con il mandorlo vive l'ulivo,/al tuo passaggio fulgido fuma.
La Puglia esulta anche se tu l'ardi/nella parte più viva: le strade,/le case, le chiese mirabili.
Questa è l'estate di San Martino.

Nelle poesie "Ostuni" e "Ruvo"(novembre 1973), riportate nella terza Sezione della Silloge, il poeta canta ed esalta l'incantevole bellezza di queste due città della sua Apulia.
La magica "Ostuni", la Città Bianca, gioiello di Puglia, l'ammira dalla strada ferrata, da lontano. La vede annidata su tre armoniose colline che scendono verso il mare. Appare al poeta, nel magico azzurro cielo, come un bianco luminoso alcione, suggestiva e unica nella Valle d'Itria con sbocco nel Mar Adriatico, avvolta da splendida luce mediterranea e dalla refrigerante brezza marina nella calda estate. A valle, nelle ubertose campagne, grandi teli distesi sotto le argentate chiome degli ulivi sono in attesa dei frutti, dono della dea Atena. Dalle colline affiora la fiabesca distesa dei trulli che riempiono l'intera Valle d'Itria di misterioso fascino e mistero:
Dalla strada ferrata,/limpida di luce,/Ostuni,/sul colle marino/m'appari:/candido alcione/nel cielo di cobaldo.
D'intorno,/le grandi nasse,/tese tra gli ulivi,/attendono,/la bacca d'Atena/nel capace loro grembo.
Dalle colline argentate /spuntano bianchi/i fiori esili/dei trulli.

Nella lirica Ruvo, il Nostro è in continua ricerca della Bellezza. Resta estasiato nell'ammirare questa affascinante città, inserita nell'incantevole Parco Nazionale dell'Alta Murgia. Nasconde nel suo grembo antiche e pregiate vestigia di età gloriose, tesori dal fascino eterno: la pregevole e prestigiosa Collezione di vasi ellenici greci e apuli a figure rosse e nere, un unicum di rara e straordinaria bellezza, e lo splendore incomparabile della Cattedrale romanica:
Ruvo rubesta,/la pietra del Duomo/e l'argilla dei vasi/ellenici/stanno,/nell'aria tersa,/come diamanti eterni.

Dalla collina della rubesta Ruvo, il poeta avrà certamente ammirato il fantastico panorama della sua Terlizzi ove ritornava ogni anno, ogni estate come un fedele innamorato che desidera incontrare l'amata. Ha sempre dimostrato sentimenti di ammirazione per le nobili virtù della sua gente e per le incredibili testimonianze di bellezza, che nel tempo ha creato e lasciato. Ad alcune il Nostro ha ridato nuovo splendore con il linguaggio della sua arte. Portava per il mondo questa città come una bandiera, con orgoglio, con dignità. Di essa ha amato i luoghi, le pietre, i volti, i profumi, gli odori. L'amore viscerale per la sua terra lo attrasse sin da fanciullo, penetrando nell'anima e nel corpo. Le seguenti tre poesie che dedica alla Città sono la viva testimonianza di questo travolgente e appassionato amore che lo pervase. Nella lirica "Terlizzi" del 1973, che fa parte della terza Sezione della Silloge, cerca di carpire un segreto, l'origine del nome. E' terra di liti, selva di elci o terra di torri? Chi sei tu mia terra natia ? E' un enigma, un mistero il nome:
Inter ilicem/niger saltus / terra litium/ turris locus/ apud stratam.
Interilice/Terilice/Terlitio/Trelicio/Terlicio/Terlito/Turloco/Turrizzo/Torrazzo/Tellizzo/Terlizzo/""Terrèzze",/chi sei tu/mia cuna:/Terra di liti/ o in selva d'elci/terra di torri?
Sinonimo/toponimo/fitonimo/eponimo:/Semantico rebus/chiuso mistero/nel cuore antico/delle "ciaule"/del gallo/della civetta/e dell'Arcangelo.
Taci.
Ha per me/voce di madre/il tuo nome.
E mi basta.

Le altre due poesie, dedicate alla sua terra, fanno parte della seconda Sezione della Silloge e furono inserite dal poeta la prima, titolata "A Terlizzi", nella Relazione Generale del P.R.G. di Terlizzi del 1956-57; la seconda ,"Terlizzi", sempre nel Piano Regolatore del 1957.
In "A Terlizzi" parla della sua esperienza di "terlizzese della diaspora", lontano dalla terra che ha sempre amato per averla conosciuta nell'anima e nel corpo. Ha sempre considerato il suo paese "una creatura di pietra fatta così dalla fatica, dalla speranza, dalla volontà di vita dei nostri padri. Anche per questo non va cambiata a cuor leggero. Va, sì, migliorata nei suoi servizi, ma senza che perda il suo volto che la fa singola, unica, non ripetibile e cosciente presenza di una storia che affonda nei secoli. Una storia di gioie, di dolori, di disinganni con personaggi grandi e piccoli. Una storia di mille anni nella quale non ci è dato di leggere avvenimenti clamorosi e nomi altisonanti…".
Una riflessione attenta che rispecchia la sua moderna visione di città che per l'architetto poeta "è un organismo vivo , che nasce, cresce, si modifica nel tempo accumulando segni diversi, semplici e complessi, perenni o perenti, ad opera incessante dell'uomo. Tali segni contribuiscono a definire l'ambiente urbano, anzi il carattere, la personalità della città stessa, quasi scheda amnestica e ritratto vivente del popolo che l'abita e custodisce".
Considera madre la sua terra, sempre in trepida attesa del figlio. Una lontananza, un esodo che però rafforza l'amore filiale e il desiderio di ritorno per rivedere quella madre amata che un giorno lo accoglierà nel suo grembo:
Lontano io sono/per meglio amarti,/mia terra.
Ma tu sai/che ogni ritorno/è gioia/alla madre in attesa/fidente/nell'amore del figlio,/che un giorno/dormirà/nel suo grembo.

Nella lirica "Terlizzi", il Nostro ci presenta la città e il suo territorio: la torre normanna e quella clarissiana, il campanile del Purgatorio e quello della neoclassica Collegiata con l'attiguo cupolone, che si innalzano sulle case della medievale civitas; lo stradone, memoria dell'antico fossato, che cinge il nucleo medievale radiocentrico; le strade che confluiscono e si dipartono dal Borgo, ricco di storia e di accoglienza; le rondini che volteggiano alte nell'azzurro cielo di primavera; l'immensa pianura verde che dall'Adriatico sale verso le Murge, in continuo cambiamento di colori a seconda delle stagioni:
Due torri,/due campanili,/una cupola/si levano sulle case di pietra;/una larga strada circonda/la città vecchia;/dal "Borgo" assolato arriva e parte/una raggera di vie.
Nello spazio bianco ed azzurro/-in primavera-/è un saettare di rondini.
Sul giro dell'orizzonte,/dall'Adriatico alla Murge,/un digradante verde piano/svaria nelle stagioni/dal rosa dei mandorli/all'oro delle viti/all'argento degli ulivi.
Questa è Terlizzi in terra di Puglia.

Il titolo della poesia "Ruit Hora"(2 novembre 1976) della terza Sezione della Silloge, inserita nel biglietto ricordo del trigesimo, richiama una celebre locuzione latina che ci fa capire che il tempo, scorrendo velocemente("L'ora fugge"), sta ad indicarci la fugacità della vita e l'avvicinarsi della morte. L'architetto poeta fa un resoconto della sua vita. Da giovane l'arte scultorea lo affascinava. Desiderava seguire le tracce del grande Buonarroti. Dei desideri giovanili quasi tutti col tempo sono svaniti. Da adulto lavora, scrive e ricerca. Accanto sempre l'affetto della persona amata, della dolce e cara Maria dedita a coltivare le rose. Con lo scorrere del tempo, il poeta pensa all' imminenza della morte che porrà fine alla vita e di lui resterà solo un nome di sole tre sillabe che col tempo anch'esse saranno cancellate dall'acqua, dal gelo e dal vento. Anche se il tempo distruggerà tutto, rimarrà solo la sua lucente e magnifica stella che brillerà per sempre nella costellazione delle Sirti insieme a milioni di stelle:
Ieri:/ ho sognato l'arte del Buonarroti/di Luni sull'Alpe cava;/finiti in iridi di bolle i voti,/di lumaca ho lasciato una bava.
Oggi:/ disegno penso leggo annoto,/vedo scorrere del mondo le cose;/presente sento il passato remoto.
Maria accanto coltiva le rose.
Domani: Inciso col cognome,/senza voce né parole,/sarà il mio nome/di tre sillabe sole.
Posdomani: /L'acqua il gelo il vento/cancelleranno anche quelle/col relativo commento,/e sarò solo fra le stelle.

Con questa ultima poesia si chiude il primo step della Silloge. Il poeta architetto "dorme il sonno dell'attesa cristiana", dal 22 dicembre 1995, nel terzo colombario monumentale dell'area cimiteriale della città, progettato dallo stesso negli anni Ottanta del Novecento, che presenta nel piano superiore un loggiato dal quale è possibile ammirare il magnifico profilo distintivo della città di Terlizzi, uno skyline mozzafiato.
Termino questo lavoro, invitando ancora una volta la Civica Amministrazione e gli organismi culturali cittadini ad interessarsi affinché la lapide, in memoria dell'Architetto, affissa il 2 agosto 1997 sulla facciata della casa natale di via Pietro D'Ercole, e annerita dall'incendio del 9 maggio del 2023, venga al più presto ripulita.
Riporto al riguardo, per non dimenticare, uno stralcio del mio precedente articolo sul Nostro, che non ha ricevuto alcuna risposta da parte degli Organi competenti, affinché sia di stimolo a porre fine al predetto scempio: "Dal 9 maggio 2023 questa testimonianza dissacrata versa in uno stato pietoso, annerita dal fumo provocato dall'incendio di due macchine date alle fiamme, parcheggiate nelle vicinanze dell'abitazione paterna del Nostro di via Pietro D'Ercole, e proprio accanto al muro ove è sistemata la lapide. Son trascorsi ben due anni e nessuno fino ad oggi, pubblico o privato, si è preoccupato di riportarla al suo splendore con un opportuno e tempestivo restauro. Fino a quando sfregiata e dimenticata da tutti rimarrà in questo stato? Si perderà nel tempo consunta da acqua, gelo, vento e dalla incuria e dalla indifferenza degli uomini ? Dimenticando un figlio che si è fatto onore e ha dato onore alla propria città, la nostra Comunità sembra essere stata colta da amnesia. Sembra che nel nostro paese siano ritornate la "damnatio memoriae" e la "libido delendi" , quel desiderio di distruzione di personaggi e di testimonianze di cui la nostra Comunità si è resa responsabile molte volte nel tempo. Orfana del passato, della propria memoria storica, delle proprie origini la Città non potrà orientarsi verso il futuro e costruire il proprio destino. Questo appello rivolto alle Istituzioni pubbliche e private non cada nel vuoto. Sono certo che le glorie, i monumenti, i fatti della nostra terra sapranno ancora una volta suscitare e svegliare in tutti i terlizzesi un sano e giusto orgoglio civico, antidoto alle ingiurie del tempo e degli uomini; che la memoria di una figura così complessa e poliedrica di architetto umanista, autentico intellettuale "organico" e cultore del Bello "che ebbe profondo il senso della storia come strumento di interpretazione del presente a cui era radicata la sua identità di uomo universale e di cittadino romano della diaspora terlizzese"(Maria Gabriella Gargano, per Michele Gargano architetto, Terlizzi 1996),continuerà a vivere in mezzo a noi con le sue opere che abbiamo il sacrosanto dovere di conservare, difendere, conoscere e far conoscere".

Dott. Vito Bernardi
Studioso della Puglia e di Terlizzi
Già Direttore della Civica Biblioteca

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