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Pienone al Chiostro delle Clarisse con Fiammetta Borsellino

Un fiume in piena nel raccontare la tragica scomparsa di suo padre

È stata un fiume in piena Fiammetta Borsellino, la protagonista indiscussa della seconda serata del Festival per la Legalità, che ha catalizzato su di sé, per circa due ore, la totale attenzione di una platea emotivamente coinvolta nel racconto di tutto ciò che è emerso a seguito della tragica strage di Via D'Amelio del 19 luglio 1992, in cui perse la vita il magistrato Paolo Borsellino. Un uditorio eterogeneo e qualificato, proveniente addirittura da Foggia e Canosa, ha occupato tutti i posti a sedere e in piedi del Chiostro delle Clarisse per ascoltare dal vivo le parole toccanti dell'ospite d'onore.

Fiammetta aveva solo diciannove anni quando il suo papà fu fatto saltare in aria, insieme a cinque uomini della scorta, a soli cinquantadue anni. Quel giorno lei era in Thailandia, tant'è che le esequie furono spostate di qualche giorno per consentirle di tornare in Italia e assistervi. «Papà voleva liberare il popolo dalla schiavitù mafiosa. Ha preparato al pericolo sua moglie e i suoi figli» rende noto Fiammetta in un racconto fermo, lucido, ma intriso di forte amarezza, «Noi l'abbiamo accompagnato senza "se" e senza "ma". Abbiamo condiviso il suo progetto lavorativo e non ci siamo mai tirati indietro».

Paolo Borsellino era consapevole che sarebbe stato il prossimo obiettivo dell'agire mafioso, dopo la strage di Capaci in cui fu ammazzato Giovanni Falcone. Quarantasette giorni divisero i due comuni destini dei magistrati impegnati in una strenua lotta alla mafia. Borsellino nell'ultimo periodo della sua vita fece una vera e propria corsa contro il tempo per comprendere chi avesse assassinato il suo collega. E lo capì, ma venne lasciato completamente solo nelle indagini.

Donna forte e tenace, Fiammetta ha cominciato a esporsi e girare in tutta Italia soltanto di recente, a partire dal 2017, quando è stata pronunciata la dura sentenza della Corte di Appello di Caltanissetta che ha riconosciuto la strage di via D'Amelio come uno dei più grandi «depistaggi della storia». Tante anomalie nei quattro processi che si sono tenuti in più di vent'anni, incentrati tutti sulla figura del falso pentito Vincenzo Scarantino, fino a quando non è intervenuto Gaspare Spatuzza, che ha confessato di essere stato uno degli esecutori materiali del delitto. Per non parlare poi delle numerose stranezze che sono circolate per moltissimo tempo nell'ambiente di lavoro tra magistrati, avvocati e forze dell'ordine, volte a insabbiare la vicenda.

Si è trattato di un inquinamento probatorio «grossolano» che però ha comportato effetti a cascata devastanti fra false piste intraprese, condanne di innocenti, rallentamenti e allontanamenti dalla verità. «Mio padre ci ha sempre insegnato di parlare solo quando abbiamo le prove. Perché solo con le prove potremo essere credibili», spiega Fiammetta quasi per giustificare il silenzio mantenuto in tutti questi anni, «Il nostro dovere di figli era quello di studiare, di trovare un lavoro e di crearci una famiglia. Abbiamo vissuto il dolore in maniera riservata, senza andare in tv. Per affrontare tutto con lucidità abbiamo dovuto intraprendere la strada della vita».

Nonostante gli innumerevoli disagi e la sofferenza sempre rinnovata a causa di un sistema a tratti inefficiente, Fiammetta continua a credere risolutamente nelle istituzioni. «La fiducia nello Stato è la principale eredità morale che ci ha lasciato mio padre», ci tiene a precisare, «Mio padre ci ha creduto fino in fondo, sino ad arrivare all'estremo sacrificio. Se oggi qualcosa si sa, è proprio grazie alle istituzioni».

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