Quartecèdde. <span>Foto Cosma Cacciapaglia</span>
Quartecèdde. Foto Cosma Cacciapaglia
Eventi e cultura

Oggi la commemorazione dei defunti con la storica "quartecèdde"

Riti e usanze del mese dei morti nella Terlizzi contadina dell’Ottocento e primo cinquantennio del Novecento

Riti e usanze terlizzesi sono raccontate dallo storico Vito Bernardi, già direttore della Biblioteca comunale. Noi vi proponiamo un suo scritto sulle usanze legate al 2 novembre nell'Ottocento e ad inizio Novecento, ricordando anche il binomio con la "quartecèdde", di cui però oggi non si terrà la tradizionale sagra.

"Santo e salutare è il pensiero di pregare pei defunti, affinchè siano sciolti dai peccati"(II Macc.,XII,46).

«Le nostre popolazioni meridionali hanno sempre tenuto in considerazione il culto dei morti. Nel secolo X la Chiesa lo ha istituzionalizzato con la festa del 2 novembre la cui origine si fa risalire all'abate francese Odilone di Cluny (961-1049).Nel 998 Odilone stabilì che nei monasteri cluniacensi fosse celebrata il 2 di novembre, dopo i Vespri di tutti i Santi, la memoria dei defunti che gemono nel Purgatorio, affinchè con le preghiere dei viventi potessero giungere alla Visione Celeste. La Chiesa per far comprendere l'importanza delle preghiere fatte dai viventi per le anime del Purgatorio, nella giornata dedicata ai morti e per tutto il mese di novembre, concede particolari indulgenze e redasse una dottrina sul Purgatorio, regno dell' espiazione, anticamera del Paradiso, iconograficamente rappresentato con ardenti fiamme ove sostano le anime non ancora idonee per poter accedere alla Beatitudine Eterna. Sant'Agostino afferma che le anime del Purgatorio bruciano non per il fuoco ma per il desiderio di vedere Dio.

La Chiesa, dopo aver celebrato i Beati in cielo il 1° novembre, celebra coloro che soffrono nel Purgatorio con una liturgia speciale intrisa di salmi, canti, preghiere e con il Sacrificio dell'Agnello. Nella nostra città la commemorazione dei defunti nell'Ottocento e nel primo cinquantennio del Novecento assumeva un significato speciale per la ritualità e le usanze che si svolgevano. Si iniziava dalla sera di tutti i Santi con i rintocchi a distesa del campanone della Cattedrale che invitava i cristiani e non al ricordo dei trapassati. La navata centrale della Cattedrale veniva adornata con un grande catafalco in legno detto "castellana" che serviva l'indomani a rendere solenne la liturgia tridentina dei defunti. La base si presentava a tronco di piramide coperta da un tessuto di seta nero con fiorami e ricami di teschi con tibie incrociate e clessidre alate che richiamavano lo scorrere del tempo e il disfacimento del corpo dopo la morte; sulla base veniva sistemata una bara vuota sul cui coperchio si poneva una sfera sulla cui sommità troneggiava una colomba con le ali aperte; ai lati del catafalco venivano messi dei candelabri da terra con portacandele chiamati "saettie" e tra un candelabro e l'altro si sistemavano dei vasi con crisantemi; innanzi al catafalco un crocifisso e delle torce processionali chiamate "aste o "arundini". Sia la saettia che l'arundine venivano usate nell'Alto Medioevo nella liturgia monastica. Il catafalco rimaneva al centro della chiesa per tutto l'Ottavario dei defunti, dal 2 al 9 di novembre.

La mattina del 2 novembre il Capitolo cantava in gregoriano prima l'Ufficio dei defunti e poi celebrava la messa cantata sempre in gregoriano. Anche nelle parrocchie di Santa Maria e di San Gioacchino e nelle chiese delle confraternite veniva sistemata la castellana che si presentava di piccole dimensioni e serviva con la sua presenza a dare un tocco di solennità alle celebrazioni funebri. Nelle congreghe l'Ufficio dei morti, i canti funebri come il Requiem aeternam, il Dies irae, dies illa, il Libera me Domine, il Benedictus e la messa alla "spagnola" venivano eseguiti con una melodia paesana, di matrice tipicamente greco bizantina. Nelle congreghe come nelle parrocchie le celebrazioni liturgiche generalmente iniziavano alle due di notte, per permettere specie ai contadini, finite le funzioni, di poter raggiungere i campi e riprendere i lavori quotidiani. I sodalizi che per statuto promuovevano il culto in suffragio dei fedeli trapassati erano: il Sacro Monte dei Morti eretto nel 1635 con decreto dell'arciprete Onorato Grimaldi, i cui sodali, appartenenti al ceto nobile e a quello artigiano, vestivano di sacco nero, banda trasversale di velluto nero con frange in oro, cappuccio attaccato dietro alla cappa, di colore nero, che copriva la testa; l'Associazione dei Fedeli defunti sotto il titolo "Transito di San Giuseppe" fondata nel novembre del 1898 dal Vescovo Pasquale Picone, i cui sodali indossavano camice bianco con cingolo e mozzetta di colore nero sulla quale pendeva un medaglione col simbolo della morte. La confraternita del Sacro Monte dei Morti con decreto di papa Urbano VIII venne iscritta all'Arciconfraternita romana del Monte dei Morti (1623-1644). Durante la visita pastorale di Mons. Antonio Pacecco, in data 8 luglio 1726 fu stilato lo statuto , il 19 ottobre del 1776 ottenne il regio assenso per la fondazione e per le regole. Inizialmente ebbe sede nella chiesa della Maddalena di fronte alla "Porta del Lago", dal 1656 nella nuova chiesa sotto il titolo dell'Immacolata Concezione detta del Purgatorio rappresentato nella tela di Domenico Carella(1721-1813) "Trinità, Immacolata, santi Maddalena e Carlo Borromeo, anime purganti", sovrastante l'altare maggiore e raffigurante la Chiesa Purgante in basso con le anime tra lingue di fuoco e la Chiesa Trionfante in alto con l'Immacolata Concezione. Tra le pratiche devozionali per le anime purganti del sodalizio da annoverare: le Quarantore di Settuagesima con sante messe e predica; il Quaresimale con esposizione del Santissimo e sermone del predicatore; la cerca fatta il giorno di Ognissanti da un confratello munito di bisaccia a tracolla che girava per la campagna . Il ricavato veniva venduto e il denaro ottenuto serviva per la celebrazione di messe solenni di suffragio. L'Associazione dei Fedeli defunti sotto il titolo "Transito di San Giuseppe" officiava al cimitero nella chiesa extra moenia di Santa Maria delle Grazie del Capitolo Cattedrale.

Tra le pratiche devozionali per le anime del Purgatorio da citare: la Via Crucis in suffragio dei morti la prima domenica del mese; una messa in onore di San Giuseppe il lunedì successivo; le Quarantore con l'esposizione del Santissimo nell'Ottavario, dal 2 al 9 novembre; processione nel cimitero il 2 novembre per la benedizione di tutte le tombe. Anche i confratelli dell'Associazione dei Fedeli defunti durante la campagna dell'uva e delle olive si dedicavano a questuare per raccogliere danaro che veniva utilizzato per la celebrazione di messe di suffragio. Un confratello con l'abito confraternale si recava ogni lunedì, dedicato per statuto al culto e al ricordo dei defunti, alle case dei confratelli e dei devoti con in mano un teschio di legno, simbolo della nostra finitezza, per chiedere offerte in danaro utilizzate per far fronte ai riti di novembre. Purtroppo questi due sodalizi hanno cessato la loro vita associativa e assistenziale verso la metà del Novecento. Ogni congrega, credendo nella resurrezione dei corpi, metteva in pratica la "Pietas mortuorum" cioè la piena attuazione della Carità con l'apprestare ai propri iscritti l'accompagnamento funebre, la celebrazione di una messa solenne, la sepoltura e nel terzo e negli anniversari messe cantate in suffragio delle loro anime. Per l'attuazione di queste finalità veniva costituito nelle congreghe cittadine un fondo cassa chiamato "Monte di sepoltura" del tutto indipendente dalle rendite patrimoniali del sodalizio, finanziato con quote dei fratelli che variavano a seconda del tipo di prestazioni funebri che si volevano, riportate in un apposito contratto. I fratelli più abbienti facevano includere nel contratto l'accompagnamento di tutti i sodali con sacco e mozzetta, di tre sacerdoti e del Capitolo, la carrozza per il trasporto, l'addobbo della "castellana"(catafalco)in chiesa, sulla quale veniva messo "u bagoglie"(cassa da morto), la messa alla "spagnola" e nel terzo, settimo e trigesimo della morte messa solenne da ripetere mensilmente ad ogni anniversario.

Alcuni confratelli possidenti chiedevano, come si legge in alcune conclusioni della Confraternita di S. Maria delle Grazie-SS. Medici, che la messa dell'anniversario fosse celebrata "mundo durante" cioè fino alla fine del mondo. Il momento del trapasso di qualche confratello veniva vissuto intensamente dai sodali attraverso delle ritualità come il recarsi durante l'agonia alla casa del fratello, vestiti di sacco e mozzetta, per recitare il Rosario e l'Ufficio divino; sopraggiunta la morte si ritornava alla casa per la recita dell'Ufficio dei morti. Successivamente i sodali, se il confratello aveva finanziato il "Monte di Sepoltura" con notevoli quote, si radunavano nell'oratorio e vestiti di sacco e mozzetta si recavano alla Chiesa Madre per prelevare il Capitolo e i sacerdoti officianti con i quali ritornavano all'oratorio per la recita dell'Ufficio dei defunti, la celebrazione della messa cantata alla "spagnola" e la sepoltura del fratello nel sepolcreto confraternale. Se l'affiliato era un fratello le cui quote del "Monte di Sepoltura" non erano consistenti riceveva solamente la recita dell'Ufficio dei morti, la messa cantata, la sepoltura nel sepolcreto e nel terzo e nell' anniversario della morte la messa cantata. La ritualità funebre di novembre era molto seguita e sentita dal popolo che la percepiva come bisogno di purificazione, come un cammino di fede, come una necessità di raccordarsi attraverso i defunti col Divino.

Al tramonto della giornata il suono lento e malinconico dell' "Avemmarèie de noredenotte" (l'Ave Maria dei morti)emesso dalle campane cittadine, specie a novembre spingeva tutti a recitare, quasi fosse una profonda esigenza, il de Profundis e il Requiem aeternam , in quanto quel suono richiamava alla mente di ciascuno il "memento mori"( ricordati che devi morire).Prima di ogni rito religioso si recitava il Rosario che veniva intercalato da giaculatorie per le anime del Purgatorio. Il rosario terminava con la recita di un Pater, Ave e Gloria in onore di S. Nicola Tolentino, protettore delle anime del Purgatorio, e un altro per il sommo pontefice per ottenere le sante indulgenze che servono alle anime dei defunti per liberarsi dalla pena del Purgatorio inflitta per i peccati commessi in vita. Tra le donne più anziane era diffusa anche la pia pratica, in latino, cosiddetta dei "cento requiem". Si iniziava con la recita di un Pater noster, quasi sempre a San Nicola Tolentino, seguiva l'invocazione "Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen" ripetuta per dieci volte servendosi dei grani piccoli della corona del Rosario; dopo le dieci invocazioni si passava al grano grosso e veniva detta la giaculatoria: "Anime sante del Purgatorio, pregate per me, ch'io pregherò per voi, perché Dio vi doni la gloria del Paradiso" e così si proseguiva per le altre poste della corona. Questa pia pratica, composta dalla Beata Anna Maria Giannetti Taigi(Siena 1769-Roma 1837)si diffuse in molte nostre famiglie contadine . Una pratica similare ma rivolta contro le anime dannate dell'Inferno era quella, tipicamente terlizzese ma con intento certamente esorcistico, di farsi ad agosto nel giorno della Vergine Assunta in cielo cento segni di croci e recitare cento Ave Maria per allontanare dalla casa la presenza malefica delle anime dell'Inferno considerate diavoli tentatori. La ritualità religiosa del 2 novembre terminava con la consegna di un pane benedetto, chiamato "quartecèdde". I contadini potevano lasciare la chiesa e recarsi al lavoro portando nella "sakkètte"(piccola bisaccia)la "quartecèdde" con la quale facevano, attorniati da un fuoco sfavillante, dopo aver fatto il segno della croce, la "murènne" (colazione) con le olive arrostite seduta stante(re nnolke).

La "incalcinata o quartecèdde" è l'alimento tipico terlizzese del giorno dei morti, mangiato la mattina in tutte le famiglie e che ha assunto col passar del tempo la forma del tradizionale "pezzaridde". In origine di forma circolare, rappresenta la quarta parte di un pane del peso di un chilogrammo, farcito con ricotta dal sapore piccante(la recotte asckuande), tonno, acciughe salate(re sareche) e a volte con l'aggiunta del pepe o del peperoncino. L' "incalcinata" ricorda il rito funebre di un tempo che trovava la sua conclusione con la tumulazione del corpo del defunto nel sepolcreto della chiesa. Prima dell'editto napoleonico di Saint-Cloud del 12 giugno 1804 che stabilì la sepoltura nei cimiteri(per i cristiani luoghi dell'attesa della Resurrezione),i sodali trovavano riposo nel sepolcreto della chiesa confraternale di appartenenza. Per la popolazione erano a disposizione i sepolcreti della Collegiata di San Michele, di S. Maria la Nova dei Frati Minori Osservanti, di S. Maria delle Grazie dei Frati Cappuccini, del Purgatorio e di S. Ignazio. Con la costruzione del camposanto comunale, inaugurato nel 1842, la sepoltura non avvenne più nei sepolcreti delle chiese. Il conditorio-sepolcreto della congrega di Sant'Ignazio e quello dell'arciconfraternita di San Francesco sono i conditori cittadini meglio conservati. Era ubicato sotto il pavimento della chiesa e si presentava come un grande stanzone con sedili in pietra alle pareti. La salma trovava sistemazione sul sedile con una ginocchiata che dava una persona scelta dai parenti del morto. Successivamente si procedeva alla incalcinata, vale a dire a ricoprire il defunto con calce fresca che doveva servire ad assorbire i liquidi cadaverici .Nel giorno dei morti non c'era solo l'usanza della "quartecèdde". Ai bambini veniva preparato un dolce chiamato "colva" o grano dei morti di origine medievale dal sapore amarognolo, cotto insieme ai chicchi di melagrana, all'uva passa, alla farina e condito con vincotto.

Con il Vaticano II la ritualità funebre ha perso l' antica esteriorità sostituita da una celebrazione semplice e dalla presenza del Cero Pasquale sull' altare, simbolo di Cristo Risorto e della Resurrezione dei morti. Anche di tante usanze contadine del mese dedicato ai defunti si è persa la memoria sopraffatta dallo tsunami della cosiddetta modernità. Da noi è rimasta la tradizione della "quartecèdde" che ancora oggi assume una forte valenza simbolica. Si presenta come il segno di una comunità che cerca di esorcizzare la paura della morte con la vita che deve continuare. Richiamando il valore della memoria in un momento storico quale il Sessantotto del Novecento che mise in discussione tutto ciò che sapeva di passato, il papa San Paolo VI all'Angelus del 1° Novembre 1968 ribadiva l'importanza di conservare le antiche testimonianze sulla morte che generazioni e generazioni avevano prodotto, coltivato e custodito: "Questa memoria, dichiarava il Santo Pontefice, è una pietà molto umana: dai morti noi abbiamo ereditato la vita. Ed e' memoria molto saggia; ci è maestra della storia; ci dice il prezzo pagato per la nostra civiltà, in molti casi anche per la nostra libertà; e ci riconduce sulle rive di quel fiume prezioso, che si chiama la tradizione, fiume spesso dimenticato e disperso dalle rivoluzioni, ribelli e poi conservatrici tenaci; e fiume, per noi sempre indispensabile, quando ci porta l'acqua sempre pura e viva del Vangelo. Poi la lezione dei ricordi diventa lezione di filosofia della vita, circa la sopravvivenza dell'uomo oltre la morte"».

Bernardi Vito -Studioso di Terlizzi
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  • 2 novembre
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