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82° anniversario eccidio Fosse Ardeatine: il discorso completo del sindaco di Terlizzi
Il richiamo alla
Carissimi concittadini e concittadine, autorità civili e militari, forze dell'ordine, alunni e alunne, docenti, dirigenti scolastiche, rappresentanti e componenti delle associazioni combattentistiche, partigiane e d'arma, familiari del prof. Gioacchino Gesmundo e di Don Pietro Pappagallo, grazie per essere qui stamattina ad onorare con la vostra presenza l'82° Anniversario dell'Eccidio delle Fosse Ardeatine che rappresenta una delle ferite più profonde della storia italiana.
L'eccidio fu la risposta dei comandi nazisti all'attentato partigiano di Via Rasella in cui morirono 33 soldati tedeschi. La rappresaglia venne eseguita con la spietata proporzione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso. In totale furono fucilate 335 persone, 5 in più del previsto per un "errore" di calcolo.
Morirono militari, civili, prigionieri politici, partigiani di diverse fazioni, ebrei, operai, sacerdoti, intellettuali.
Nella storia d'Italia le Fosse Ardeatine rappresentano il culmine della brutalità dell'occupazione nazista a Roma, definita "Città Aperta" ma di fatto teatro di guerriglia e terrore.
L'eccidio delle Fosse Ardeatine colpì duramente le giovani generazioni. Circa 70 vittime erano ragazzi tra i 14 e i 25 anni.
Michele Di Veroli (15 anni) romano, di religione ebraica, fu catturato durante i rastrellamenti insieme ad altri componenti della sua famiglia.
Duilio Cibei (15 anni) partigiano, appartenente alle formazioni di "Giustizia e Libertà".
I fratelli Di Consiglio, la furia nazista colpì intere famiglie; tra loro c'erano Franco (19 anni) e il giovanissimo Marco (16 anni), entrambi ebrei.
Orlando Orlandi Posti (18 anni) studente e partigiano. È diventato un simbolo per le lettere scritte dal carcere di via Tasso, da cui emerge una maturità e un coraggio straordinari.
Nicola Ugo Stame (24 anni) giovane tenore, faceva parte del Movimento Comunista d'Italia (Bandiera Rossa).
La presenza massiccia di ragazzi nelle Fosse Ardeatine è dovuta a due fattori principali:
l'impegno civile - la Resistenza a Roma era animata soprattutto da giovani universitari e operai che sentivano il dovere di liberare la città
la casualità dei rastrellamenti - per raggiungere il numero i nazisti attinsero non solo dai condannati a morte, ma da chiunque fosse detenuto per motivi politici o razziali, includendo ragazzi giovanissimi arrestati per piccoli atti di sabotaggio o semplicemente perché ebrei.Il mese di marzo porta con sé un'eredità pesante per la memoria collettiva. Quell'eccidio non fu solo un atto di violenza militare, ma "il trionfo del male".
Oggi quel sacrificio non può restare un evento confinato nei libri di storia; deve trasformarsi in un grido di riflessione necessario di fronte alle immagini che scorrono sui nostri schermi.
Il parallelismo tra il passato e il presente è dolorosamente concreto. Se nel 1944 le vittime venivano trucidate nel silenzio delle cave, oggi i civili cadono sotto i riflettori di un'informazione globale che, rischia di renderci assuefatti all'orrore.
In questo preciso momento, il mondo assiste a una "Terza Guerra Mondiale a pezzi" dove la distinzione tra combattenti e innocenti sembra svanire.
Nella Striscia di Gaza e in Libano, i raid continuano a colpire aree densamente popolate. Il bilancio a Gaza ha superato la drammatica soglia dei 70.000 morti, una cifra che nasconde dietro ogni unità una storia spezzata, una famiglia distrutta, proprio come accadde per ognuno dei 335 martiri delle Ardeatine.
In Ucraina l'uso di droni e missili sulle infrastrutture civili e sui quartieri residenziali continua a mietere vittime innocenti, costringendo intere popolazioni a vivere in un assedio moderno che ricorda, per privazioni e terrore, le grandi tragedie del Novecento.
In Medio Oriente, tra Iran e paesi limitrofi, l'escalation militare di queste settimane ha visto raid colpire abitazioni private, dove civili sono stati uccisi nel sonno, vittime di una geopolitica che calpesta il diritto alla vita.
Riflettere sulle Fosse Ardeatine oggi, significa riconoscere che l'indifferenza è il terreno fertile su cui crescono le nuove stragi. Il pianto di una madre a Roma nel 1944 è lo stesso di una madre a Kiev o a Beirut nel 2026: il dolore è universale e non conosce confini né epoche. Se la memoria di ieri non serve a denunciare i "danni" di oggi, diventa pura forma svuotata di senso
In un'epoca in cui il diritto internazionale appare indebolito dalle necessità strategiche, ricordare il sacrificio dei 335 martiri è un atto di resistenza civile. Ci impone a non rassegnarci e a pretendere che la protezione dei civili torni a essere la priorità assoluta. Solo leggendo il presente attraverso la lente di quella ferita ancora aperta del 1944 possiamo onorare davvero chi è caduto allora e chi, ingiustamente, continua a cadere oggi.
Terlizzi il 24 marzo di ogni anno ricorda i suoi Martiri: il prof. Gioacchino Gesmundo e don Pietro Pappagallo.
La morte di Don Pietro fu la conseguenza diretta del suo impegno attivo nella Resistenza e nel soccorso dei perseguitati.
Don Pietro non era un "partigiano combattente" nel senso stretto del termine, non imbracciava armi, ma era una figura chiave della Resistenza. Aveva trasformato la sua casa in via Urbana 2 a Roma in un centro di smistamento e rifugio. Forniva documenti d'identità contraffatti a ebrei, antifascisti e renitenti alla leva che cercavano di sfuggire ai rastrellamenti nazisti.
Il suo impegno era motivato da una profonda fede cristiana che lo portava a vedere in ogni perseguitato un fratello da salvare, indipendentemente dall'orientamento politico.
Don Pietro fu tradito da un infiltrato che finse di aver bisogno di aiuto. Arrestato il 29 gennaio 1944 dalle SS, fu rinchiuso nel carcere di via Tasso. Il 24 marzo il suo nome fu inserito nella lista dei destinati alla fucilazione come "completamento" del numero richiesto da Kappler, in quanto detenuto per motivi politici.
Si racconta che, giunto alle cave ardeatine, poco prima di essere ucciso, abbia sollevato le braccia per benedire i suoi compagni di martirio, offrendo loro l'ultimo conforto religioso e umano di fronte ai fucili nazisti.
La morte di Don Pietro Pappagallo dimostra che la Resistenza non fu solo un movimento politico, ma una ribellione morale che unì credenti e non credenti contro l'oppressione.
Don Pietro Pappgallo e Gioacchino Gesmundo, due uomini nati nello stesso paese, cresciuti a pochi metri di distanza, si ritrovano uniti nello stesso tragico destino.
Il prof. Gesmundo era un intellettuale di altissimo profilo, professore di storia e filosofia al liceo scientifico "Cavour" di Roma ed era un esponente di spicco del Partito Comunista Italiano clandestino a Roma. La sua casa in via Licia 54 era diventata un centro nevralgico della Resistenza. Lì venivano stampate copie de l'Unità clandestina, ma soprattutto era un deposito di chiodi a quattro punte (usati per bloccare i camion tedeschi) e di armi destinate ai GAP.
Fu catturato lo stesso giorno di don Pietro a seguito di una perquisizione che portò al ritrovamento di materiale compromettente a casa sua. Fu portato in via Tasso, dove subì torture atroci senza mai tradire i compagni.
Il legame tra Gesmundo e Pappagallo è straordinario perché rappresenta l'incontro tra due mondi apparentemente opposti — il comunismo e il cattolicesimo — uniti dal comune denominatore dell'antifascismo e delle radici comuni.
La Resistenza italiana è stata anche un "vivaio" di talenti.
Molti dei più grandi scrittori del Novecento hanno vissuto l'esperienza partigiana, trasponendola poi nei loro capolavori.
Italo Calvino: Giovanissimo, combatté nelle Brigate Garibaldi sulle Alpi Marittime. Il suo primo romanzo "Il sentiero dei nidi di ragno" nasce proprio da quell'esperienza.
Cesare Pavese: Sebbene non combatté attivamente, collaborò con la cultura antifascista.
Primo Levi: Fu catturato come partigiano in Valle d'Aosta nel 1943. In quanto "partigiano ebreo" venne trasferito a Fossoli e poi deportato ad Auschwitz.
Commemorare l'eccidio delle Fosse Ardeatine serve a rammentare che la nostra libertà è frutto di un sacrificio collettivo e trasversale.
Molti dei martiri delle Ardeatine erano lì perché avevano scelto di non voltare la testa dall'altra parte dinanzi alle atrocità che si consumavano in quel periodo buio della storia.
Ricordarli ci interroga sulla nostra responsabilità personale oggi: cosa siamo disposti a fare per difendere i valori in cui crediamo?
Ricordare le storie di chi è caduto — dal giovanissimo Michele Di Veroli a Don Pietro Pappagallo, dal professor Gesmundo ai tanti operai e militari — ci fa comprendere che la democrazia è un bene prezioso che richiede cura costante.
Le Fosse Ardeatine sono, a tutti gli effetti, una delle radici più profonde della libertà che oggi respiriamo.
"La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare."
Questa frase è un monito di Piero Calamandrei, paragona la libertà all'aria: un bene invisibile e scontato, di cui si percepisce il valore solo quando si prova la sua assenza.
"Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati... [questa] non è una carta morta, ma il testamento di 100.000 morti".
Ancora una frase di Pietro Calamandrei tratta dal Discorso sulla Costituzione pronunciato il 26 gennaio 1955 a Milano, rivolgendosi agli studenti. Calamandrei ricorda che la Costituzione italiana non è un semplice testo burocratico, ma il frutto del sacrificio di migliaia di giovani partigiani e martiri della Resistenza che hanno dato la vita per la libertà e la giustizia.
Ricordare tutto questo, ricordare quanto accaduto alle Fosse Ardeatine, significa dire "no" all'indifferenza e ribadire che i valori della democrazia e della pace sono le fondamenta della nostra comunità.
Grazie Don Pietro Pappagallo, grazie prof. Gioacchino Gesmundo per il vostro sacrificio. Terlizzi non vi dimentica e attraverso l'esercizio della memoria tiene vive le vostre vite esemplari.
Viva la libertà!
Viva la Pace!


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