No alla riforma giustizia, nella sede del PD di Terlizzi Marco Lacarra e Gianni Di Cagno
L'incontro è in programma per giovedì 5 marzo
mercoledì 4 marzo 2026
"Un No per la democrazia" è il secondo incontro organizzato a distanza di un mese dal Partito Democratico di Terlizzi sul "referendum giustizia": l'appuntamento è fissato per giovedì 5 marzo, a partire dalle ore 18.30, all'interno della sede del circolo dem sita in corso Vittorio Emanuele n. 88.
Mancando poco più di due settimane al voto del 22 e 23 marzo, è parso opportuno agli aderenti del PD locale rafforzare le motivazioni a sostegno della contrarietà alla legge costituzionale attraverso le dissertazioni del deputato Marco Lacarra, esponente della Commissione Giustizia, e dell'avvocato Gianni Di Cagno, già componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ai saluti del segretario cittadino Pasquale Paparella si affiancheranno le osservazioni di Franco Barile, consigliere comunale e capogruppo PD.
Per i sostenitori del "no" la normativa oggetto di referendum confermativo non migliora il servizio ai cittadini per svariate ragioni: non riduce i tempi dei processi; non aumenta il personale e non regolarizza i precari; non rafforza le garanzie; non assicura la rieducazione del condannato né la certezza della pena.
La riforma piuttosto sembra incappare in quella che in diritto viene talvolta definita "una truffa delle etichette", dal momento che vuole indurre in errore i cittadini che non hanno ben contezza delle norme di legge.
Occorre scandagliare cosa c'è davvero dietro gli slogan e interrogarsi su quali conseguenze concrete rischiano di produrre le nuove regole. Si rende, quindi, necessaria l'analisi delle promesse proferite e degli effetti che queste comporterebbero, aumentando il rischio di un condizionamento politico sia sulle indagini dei pubblici ministeri sia sulle decisioni dei giudici.
Tanto premesso, l'idea di fondo della riforma Nordio è che oggi, appartenendo allo stesso ordine, giudici e pubblici ministeri siano troppo vicini. Tuttavia, analizzando i fatti, non sembra essere davvero così.
Il primo dato è un numero che pesa parecchio, oltre il 40%: più di quattro processi penali su dieci in Italia finiscono con un'assoluzione. Il problema di un giudice che non è autonomo rispetto all'accusa semplicemente non emerge dai numeri. La riforma su questo punto sta proponendo una soluzione per un problema che non sembra esistere.
Il CSM, tuttavia, è così composto: su 30 membri elettivi, 15 sono giudici, 10 sono i cosiddetti membri laici (cioè professori e avvocati nominati dal Parlamento) e i pubblici ministeri sono solo 5.
Non pare possibile, pertanto, che 5 persone possano condizionare le decisioni di altre 25. Anzi, i 10 membri laici che sono di nomina politica hanno un peso potenziale decisamente maggiore di quello dei pubblici ministeri.
Da una parte, ci sono i magistrati: per loro l'estrazione è puramente casuale, come se fosse un numero della lotteria. Vengono pescati degli individui isolati, senza un programma.
Dall'altra, i membri laici: per loro non si pesca dal nulla, ma da una lista ristretta che è stata preparata e votata dal Parlamento. Di fatto è una preselezione politica.
L'effetto è un paradosso: il problema delle correnti non sparisce, anzi diventa più opaco, meno visibile e, soprattutto, si crea uno squilibrio di potere enorme. Una minoranza politica organizzata e con obiettivi chiari si troverà di fronte una maggioranza di magistrati presi a caso, disorganizzati e senza un mandato preciso.
Il risultato è che il controllo di fatto rischia di passare alla politica.
Eppure negli ultimi tre anni ci sono state 83 condanne disciplinari, tra le quali si annoverano anche 8 rimozioni, cioè otto magistrati licenziati. Quindi i numeri smentiscono nettamente l'idea di una totale impunità.
L'istituzione dell'Alta Corte Disciplinare rischia di creare un sistema disciplinare che può diventare uno strumento di pressione e di intimidazione politica. Senza la possibilità di un ricorso, anche un errore di diritto palese diventa definitivo, incorreggibile.
Innanzitutto, possono farne parte solo magistrati di Cassazione, cioè del grado più alto. In secondo luogo, la legge potrà creare collegi giudicanti dove i magistrati sono in minoranza. Da ultimo, le sentenze di questa Alta Corte sarebbero definitive, non si potrebbero più impugnare davanti a un organo esterno come la Cassazione.
Mancando poco più di due settimane al voto del 22 e 23 marzo, è parso opportuno agli aderenti del PD locale rafforzare le motivazioni a sostegno della contrarietà alla legge costituzionale attraverso le dissertazioni del deputato Marco Lacarra, esponente della Commissione Giustizia, e dell'avvocato Gianni Di Cagno, già componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ai saluti del segretario cittadino Pasquale Paparella si affiancheranno le osservazioni di Franco Barile, consigliere comunale e capogruppo PD.
Per i sostenitori del "no" la normativa oggetto di referendum confermativo non migliora il servizio ai cittadini per svariate ragioni: non riduce i tempi dei processi; non aumenta il personale e non regolarizza i precari; non rafforza le garanzie; non assicura la rieducazione del condannato né la certezza della pena.
La riforma piuttosto sembra incappare in quella che in diritto viene talvolta definita "una truffa delle etichette", dal momento che vuole indurre in errore i cittadini che non hanno ben contezza delle norme di legge.
Occorre scandagliare cosa c'è davvero dietro gli slogan e interrogarsi su quali conseguenze concrete rischiano di produrre le nuove regole. Si rende, quindi, necessaria l'analisi delle promesse proferite e degli effetti che queste comporterebbero, aumentando il rischio di un condizionamento politico sia sulle indagini dei pubblici ministeri sia sulle decisioni dei giudici.
Prima promessa: "Bisogna separare le carriere di giudici e pubblici ministeri per avere un giudice più terzo e più imparziale"
La Costituzione è stata scritta nel secondo dopoguerra per creare i presupposti di uno Stato democratico: tra questi rientra la tripartizione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Il potere giudiziario, in particolare, deve essere autonomo e indipendente dagli altri poteri, poiché solo una magistratura autonoma può garantire la tutela dei diritti dei cittadini e l'uguaglianza degli stessi dinanzi alla legge. La Costituzione assicura l'effettiva autonomia della magistratura attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura.Tanto premesso, l'idea di fondo della riforma Nordio è che oggi, appartenendo allo stesso ordine, giudici e pubblici ministeri siano troppo vicini. Tuttavia, analizzando i fatti, non sembra essere davvero così.
Il primo dato è un numero che pesa parecchio, oltre il 40%: più di quattro processi penali su dieci in Italia finiscono con un'assoluzione. Il problema di un giudice che non è autonomo rispetto all'accusa semplicemente non emerge dai numeri. La riforma su questo punto sta proponendo una soluzione per un problema che non sembra esistere.
Seconda promessa: "Liberare i giudici dall'influenza dei pubblici ministeri all'interno del Consiglio Superiore della Magistratura"
La tesi è che i PM condizionino le decisioni sui giudici.Il CSM, tuttavia, è così composto: su 30 membri elettivi, 15 sono giudici, 10 sono i cosiddetti membri laici (cioè professori e avvocati nominati dal Parlamento) e i pubblici ministeri sono solo 5.
Non pare possibile, pertanto, che 5 persone possano condizionare le decisioni di altre 25. Anzi, i 10 membri laici che sono di nomina politica hanno un peso potenziale decisamente maggiore di quello dei pubblici ministeri.
Terza promessa: "Basta con le correnti nella magistratura, la soluzione magica è il sorteggio"
La riforma costituzionale propone il sorteggio che si profila asimmetrico.Da una parte, ci sono i magistrati: per loro l'estrazione è puramente casuale, come se fosse un numero della lotteria. Vengono pescati degli individui isolati, senza un programma.
Dall'altra, i membri laici: per loro non si pesca dal nulla, ma da una lista ristretta che è stata preparata e votata dal Parlamento. Di fatto è una preselezione politica.
L'effetto è un paradosso: il problema delle correnti non sparisce, anzi diventa più opaco, meno visibile e, soprattutto, si crea uno squilibrio di potere enorme. Una minoranza politica organizzata e con obiettivi chiari si troverà di fronte una maggioranza di magistrati presi a caso, disorganizzati e senza un mandato preciso.
Il risultato è che il controllo di fatto rischia di passare alla politica.
Quarta promessa: "La disciplina"
La promessa è quella di introdurre un sistema più serio, perché si afferma che oggi i magistrati non paghino mai per i loro errori.Eppure negli ultimi tre anni ci sono state 83 condanne disciplinari, tra le quali si annoverano anche 8 rimozioni, cioè otto magistrati licenziati. Quindi i numeri smentiscono nettamente l'idea di una totale impunità.
L'istituzione dell'Alta Corte Disciplinare rischia di creare un sistema disciplinare che può diventare uno strumento di pressione e di intimidazione politica. Senza la possibilità di un ricorso, anche un errore di diritto palese diventa definitivo, incorreggibile.
Innanzitutto, possono farne parte solo magistrati di Cassazione, cioè del grado più alto. In secondo luogo, la legge potrà creare collegi giudicanti dove i magistrati sono in minoranza. Da ultimo, le sentenze di questa Alta Corte sarebbero definitive, non si potrebbero più impugnare davanti a un organo esterno come la Cassazione.