Riforma della giustizia, sceso in campo il PD di Terlizzi per un "secco No"
Il segretario dem Pasquale Paparella: «Vogliamo informare la cittadinanza per un voto consapevole e ponderato»
lunedì 9 febbraio 2026
In secca opposizione alla riforma della giustizia Nordio, anche il Partito Democratico di Terlizzi è sceso in campo con un incontro proficuo e dettagliato in cui sono stati illustrati in termini accessibili istituti di diritto piuttosto tecnici che si rivelano di ostica comprensione per chi non possiede un bagaglio giuridico. Venerdì scorso, 6 febbraio, la legge costituzionale è stata sviscerata nelle sue articolazioni principali: gli avvocati Ubaldo Pagano - già deputato e attuale consigliere regionale del PD - e Bepi Maralfa - responsabile anticorruzione al comune di Molfetta - hanno snocciolato la quaestio iuris in maniera chiara, spaziando dal diritto costituzionale a quello penale sostanziale e processuale.
Il referendum confermativo della legge costituzionale - che non richiede il raggiungimento di un quorum, a differenza del referendum abrogativo - chiede ai cittadini di esprimersi sulla modifica della Costituzione italiana che, in caso di esito positivo, sarà ritoccata in ben sette articoli. Proprio di recente è intervenuta la Corte di Cassazione che ha sostituito la formulazione del precedente quesito con uno più preciso e completo di iniziativa popolare. Il nuovo testo che sarà impresso nelle schede del 22 e 23 marzo prossimi recita come di seguito:
Peraltro, aver negato ai fuorisede di votare nei luoghi dove sono domiciliati rappresenta un'ulteriore strozzatura del potere esecutivo centrale, intenzionato a ridurre il bacino di affluenza alle urne. Sicché, gli studenti o i lavoratori che vivono lontani dalla propria terra natia, dovranno rientrare nel proprio comune oppure - laddove i tempi lo consentano - trasferire la residenza nel luogo in cui abitano.
La percezione diffusa è che una grande fetta delle persone non conosca a fondo la complessità della riforma Nordio, manifestando, invece, la propria idea sul "Sì" o sul "No" in base all'affezione politica al suo corpo politico di riferimento. Risulta, al contrario, imprescindibile conoscere la legge costituzionale nella sua oggettività, scevra dai condizionamenti di partito, al fine di poter valutare in ottica critica le implicazioni che ne conseguirebbero dall'alto verso il basso.
La ratio della riforma si rinviene nel limitare la capacità dei magistrati di difendere i cittadini dinanzi a qualsiasi potere politico, di destra e di sinistra, riducendone così l'autonomia. Si punta, quindi, a restituire il primato alla politica, scardinando l'equilibro tra "pesi e contrappesi" di uno Stato di diritto.
Degno di nota l'intervento dell'ex procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe, una personalità insigne e autorevole per Terlizzi: ha apprezzato l'organizzazione dell'evento da parte del Partito Democratico, affinché si possano unire le forze in vista dell'obiettivo comunitario di preservare l'impianto strutturale disegnato dai padri costituenti in epoca post-fascista.
L'analisi della legge costituzionale si divarica lungo tre direttrici: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, l'istituzione dell'Alta Corte Disciplinare.
Per i sostenitori della riforma Nordio, il PM (chi accusa) e il giudice (chi decide) fanno parte della stessa "famiglia professionale" e questo non garantisce l'equilibrio. Sicché il giudice non sarebbe terzo e imparziale. L'obiettivo della riforma sarebbe quello di garantire un giusto processo in cui le parti – accusa e difesa – siano in condizione di parità davanti a un giudice realmente terzo e imparziale, in modo che il giudice non possa subire condizionamenti dal suo "collega" pubblico ministero. I promotori del "Sì", inoltre, adducono come argomentazione che in altri Stati europei e non europei (Spagna, Portogallo, Germania, Svezia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, India…) le carriere tra magistratura giudicante e requirente sono separate. Quindi, in un certo senso, è l'Italia a rappresentare un'"anomalia" rispetto ad altri ordinamenti.
Non è affatto concorde il consigliere regionale Ubaldo Pagano, per il quale il "No" costituisce un'arma difensiva contro un potenziale arretramento della democrazia, dal momento che la riforma punta a costruire la figura di un pubblico ministero «sceriffo» sottomessa al potere esecutivo, con minori margini di manovra nelle indagini e con un piglio più docile nei procedimenti scomodi. Di conseguenza, potrebbe risultare intaccata anche l'obbligatorietà dell'azione penale del PM, sancita dalla stessa Costituzione, con la conseguenza che il magistrato inquirente non sarebbe libero nell'avviare e nel condurre le indagini, perché dovrebbe rispondere ai politici di turno. Pagano aggiunge che finanche il rischio di cambi di toga e di interferenze tra poteri giudiziari inquirente e giudicante risulta infondato. All'anno sono coinvolti una trentina di magistrati su quasi diecimila togati sul territorio italiano, poiché si può cambiare la funzione una tantum nel corso del proprio percorso lavorativo e con molte limitazioni. «Se i passaggi da una funzione all'altra sono minimi e rigidamente regolati, si può davvero cambiare la Costituzione per circa trenta persone?».
La riforma Nordio vuole creare un secondo CSM, cosicché ci siano un CSM dedicato solamente ai giudici e un CSM preposto per i pubblici ministeri. Alla base del "Sì" risiede, poi, il contrasto alle correnti politiche nel CSM, in quanto si adduce che il correntismo va a discapito del merito dei singoli. Più semplicemente, i riformisti sono dell'opinione per cui ai magistrati più bravi, ma senza tessera di corrente, vengono spesso preferiti magistrati meno validi, ma tesserati alle rispettive correnti. Lo slogan maggiormente sbandierato dal centrodestra è, però, quello del sorteggio dei componenti del CSM quale elemento di garanzia: i componenti dei due CSM saranno, difatti, sorteggiati e non più eletti.
Di contro, per l'avvocato Bepi Maralfa nella legge costituzionale si annida un paradosso inquietante: si assisterebbe, infatti, a un rafforzamento dei poteri del pubblico ministero, visto che potrebbe contare su un CSM istituito ad hoc per la magistratura inquirente. Il sorteggio, peraltro, maschera l'inghippo e l'inganno dei meloniani: l'estrazione dei membri "laici" (professori e avvocati) avverrebbe da una lista corta e bloccata preparata dalla maggioranza di governo, col fondato timore che un gruppo compatto possa orientare tutte le decisioni più importanti del CSM. Da ultimo, le spese da sostenere sarebbero salatissime, superando i 100 milioni di euro: da un lato, occorrerebbero fondi per la formazione delle risorse del secondo CSM dedicato soltanto ai pubblici ministeri; dall'altro, sarebbe necessario un apposito edificio per ospitare appunto il secondo CSM. Ciò impatterebbe notevolmente sulle casse dello Stato e sulle tasche dei cittadini.
La riforma Nordio è volta a creare, invece, ex novo l'Alta Corte Disciplinare, una sorta di tribunale speciale per giudicare i magistrati. Farebbero parte dell'Alta Corte Disciplinare soltanto i magistrati della Corte di Cassazione, escludendo i giudici di merito. A prendere le decisioni sarebbero i collegi. Ad oggi, tuttavia, non sono stati ancora delineati il numero e la proporzione per la composizione dei collegi. Sembra che tutto debba essere demandato a una successiva legge ordinaria.
Per gli oppositori della riforma, Ubaldo Pagano e Bepi Maralfa, l'Alta Corte Disciplinare assurgerebbe a un organo chiuso e autoreferenziale che controlla e giudica sé stesso, venendo così meno la garanzia fondamentale del giusto processo. Nel caso in cui, cioè, un magistrato volesse appellarsi all'inflizione della sanzione disciplinare, dovrebbe rivolgersi ad altre sezioni della stessa Corte Disciplinare e non più alla Corte di Cassazione. Si ricava, infine, l'iniquità del sistema disciplinare, poiché l'Alta Corte sarebbe composta soltanto da giudici di legittimità e non anche da magistrati di primo grado e di appello che quotidianamente vivono nei tribunali.
Il referendum confermativo della legge costituzionale - che non richiede il raggiungimento di un quorum, a differenza del referendum abrogativo - chiede ai cittadini di esprimersi sulla modifica della Costituzione italiana che, in caso di esito positivo, sarà ritoccata in ben sette articoli. Proprio di recente è intervenuta la Corte di Cassazione che ha sostituito la formulazione del precedente quesito con uno più preciso e completo di iniziativa popolare. Il nuovo testo che sarà impresso nelle schede del 22 e 23 marzo prossimi recita come di seguito:
Dotare i terlizzesi degli strumenti adeguati per votare in modo informato e consapevole è l'obiettivo del segretario del circolo locale dem, Pasquale Paparella. Caparbio e motivato, traccia un indirizzo chiaro: la nostra città deve virare per il "No", non lasciandosi travolgere dalle aporie e inesattezze propagandate dal Governo Meloni. Dello stesso avviso il sindaco Michelangelo De Chirico che dal suo osservatorio di amministratore locale vuole scongiurare il rischio che i cambiamenti che concernono le macrostrutture riverberino effetti nefasti sulle istituzioni locali che, in fin dei conti, sono quelle a maggior contatto con la popolazione."Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare"?".
Peraltro, aver negato ai fuorisede di votare nei luoghi dove sono domiciliati rappresenta un'ulteriore strozzatura del potere esecutivo centrale, intenzionato a ridurre il bacino di affluenza alle urne. Sicché, gli studenti o i lavoratori che vivono lontani dalla propria terra natia, dovranno rientrare nel proprio comune oppure - laddove i tempi lo consentano - trasferire la residenza nel luogo in cui abitano.
La percezione diffusa è che una grande fetta delle persone non conosca a fondo la complessità della riforma Nordio, manifestando, invece, la propria idea sul "Sì" o sul "No" in base all'affezione politica al suo corpo politico di riferimento. Risulta, al contrario, imprescindibile conoscere la legge costituzionale nella sua oggettività, scevra dai condizionamenti di partito, al fine di poter valutare in ottica critica le implicazioni che ne conseguirebbero dall'alto verso il basso.
La ratio della riforma si rinviene nel limitare la capacità dei magistrati di difendere i cittadini dinanzi a qualsiasi potere politico, di destra e di sinistra, riducendone così l'autonomia. Si punta, quindi, a restituire il primato alla politica, scardinando l'equilibro tra "pesi e contrappesi" di uno Stato di diritto.
Degno di nota l'intervento dell'ex procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe, una personalità insigne e autorevole per Terlizzi: ha apprezzato l'organizzazione dell'evento da parte del Partito Democratico, affinché si possano unire le forze in vista dell'obiettivo comunitario di preservare l'impianto strutturale disegnato dai padri costituenti in epoca post-fascista.
L'analisi della legge costituzionale si divarica lungo tre direttrici: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, l'istituzione dell'Alta Corte Disciplinare.
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri
Nel sistema vigente, giudici e pubblici ministeri appartengono alla magistratura ordinaria cui si è avuto accesso superando il medesimo concorso pubblico che ha, peraltro, un numero limitato di tentativi per essere sostenuto. Un candidato, cioè, quando decide di intraprendere la carriera in magistratura deve sostenere tre prove scritte e un orale molto complesso; solamente quando avrà preso servizio, dopo un periodo di tirocinio, dovrà decidere se assumere la qualifica di giudice oppure quella di pubblico ministero.Per i sostenitori della riforma Nordio, il PM (chi accusa) e il giudice (chi decide) fanno parte della stessa "famiglia professionale" e questo non garantisce l'equilibrio. Sicché il giudice non sarebbe terzo e imparziale. L'obiettivo della riforma sarebbe quello di garantire un giusto processo in cui le parti – accusa e difesa – siano in condizione di parità davanti a un giudice realmente terzo e imparziale, in modo che il giudice non possa subire condizionamenti dal suo "collega" pubblico ministero. I promotori del "Sì", inoltre, adducono come argomentazione che in altri Stati europei e non europei (Spagna, Portogallo, Germania, Svezia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, India…) le carriere tra magistratura giudicante e requirente sono separate. Quindi, in un certo senso, è l'Italia a rappresentare un'"anomalia" rispetto ad altri ordinamenti.
Non è affatto concorde il consigliere regionale Ubaldo Pagano, per il quale il "No" costituisce un'arma difensiva contro un potenziale arretramento della democrazia, dal momento che la riforma punta a costruire la figura di un pubblico ministero «sceriffo» sottomessa al potere esecutivo, con minori margini di manovra nelle indagini e con un piglio più docile nei procedimenti scomodi. Di conseguenza, potrebbe risultare intaccata anche l'obbligatorietà dell'azione penale del PM, sancita dalla stessa Costituzione, con la conseguenza che il magistrato inquirente non sarebbe libero nell'avviare e nel condurre le indagini, perché dovrebbe rispondere ai politici di turno. Pagano aggiunge che finanche il rischio di cambi di toga e di interferenze tra poteri giudiziari inquirente e giudicante risulta infondato. All'anno sono coinvolti una trentina di magistrati su quasi diecimila togati sul territorio italiano, poiché si può cambiare la funzione una tantum nel corso del proprio percorso lavorativo e con molte limitazioni. «Se i passaggi da una funzione all'altra sono minimi e rigidamente regolati, si può davvero cambiare la Costituzione per circa trenta persone?».
La riforma del Consiglio Superiore della Magistratura
Nel sistema vigente è previsto un solo CSM, in virtù del principio dell'unitarietà. Si tratta dell'organo di autogoverno della magistratura che svolge un ruolo di raccordo fra il potere giudiziario e gli altri poteri dello Stato e che provvede a tutti gli atti amministrativi riguardanti la carriera e la funzione dei magistrati. È composto da ventisette membri: tre membri di diritto, fra cui il presidente della Repubblica, il primo presidente della Corte di Cassazione e il procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione; una componente elettiva composta per due terzi da magistrati ordinari; una componente elettiva composta per un terzo da "laici" eletti dal Parlamento, ossia docenti universitari in discipline giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di professione.La riforma Nordio vuole creare un secondo CSM, cosicché ci siano un CSM dedicato solamente ai giudici e un CSM preposto per i pubblici ministeri. Alla base del "Sì" risiede, poi, il contrasto alle correnti politiche nel CSM, in quanto si adduce che il correntismo va a discapito del merito dei singoli. Più semplicemente, i riformisti sono dell'opinione per cui ai magistrati più bravi, ma senza tessera di corrente, vengono spesso preferiti magistrati meno validi, ma tesserati alle rispettive correnti. Lo slogan maggiormente sbandierato dal centrodestra è, però, quello del sorteggio dei componenti del CSM quale elemento di garanzia: i componenti dei due CSM saranno, difatti, sorteggiati e non più eletti.
Di contro, per l'avvocato Bepi Maralfa nella legge costituzionale si annida un paradosso inquietante: si assisterebbe, infatti, a un rafforzamento dei poteri del pubblico ministero, visto che potrebbe contare su un CSM istituito ad hoc per la magistratura inquirente. Il sorteggio, peraltro, maschera l'inghippo e l'inganno dei meloniani: l'estrazione dei membri "laici" (professori e avvocati) avverrebbe da una lista corta e bloccata preparata dalla maggioranza di governo, col fondato timore che un gruppo compatto possa orientare tutte le decisioni più importanti del CSM. Da ultimo, le spese da sostenere sarebbero salatissime, superando i 100 milioni di euro: da un lato, occorrerebbero fondi per la formazione delle risorse del secondo CSM dedicato soltanto ai pubblici ministeri; dall'altro, sarebbe necessario un apposito edificio per ospitare appunto il secondo CSM. Ciò impatterebbe notevolmente sulle casse dello Stato e sulle tasche dei cittadini.
L'istituzione dell'Alta Corte Disciplinare
Nel sistema vigente la responsabilità disciplinare dei magistrati può essere attivata dal Ministro della Giustizia e dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione con il necessario intervento della sezione disciplinare del CSM in sede di irrogazione della sanzione per evitare che l'indipendenza del magistrato possa essere in qualche modo condizionata dal Ministro (che rappresenta il potere esecutivo).La riforma Nordio è volta a creare, invece, ex novo l'Alta Corte Disciplinare, una sorta di tribunale speciale per giudicare i magistrati. Farebbero parte dell'Alta Corte Disciplinare soltanto i magistrati della Corte di Cassazione, escludendo i giudici di merito. A prendere le decisioni sarebbero i collegi. Ad oggi, tuttavia, non sono stati ancora delineati il numero e la proporzione per la composizione dei collegi. Sembra che tutto debba essere demandato a una successiva legge ordinaria.
Per gli oppositori della riforma, Ubaldo Pagano e Bepi Maralfa, l'Alta Corte Disciplinare assurgerebbe a un organo chiuso e autoreferenziale che controlla e giudica sé stesso, venendo così meno la garanzia fondamentale del giusto processo. Nel caso in cui, cioè, un magistrato volesse appellarsi all'inflizione della sanzione disciplinare, dovrebbe rivolgersi ad altre sezioni della stessa Corte Disciplinare e non più alla Corte di Cassazione. Si ricava, infine, l'iniquità del sistema disciplinare, poiché l'Alta Corte sarebbe composta soltanto da giudici di legittimità e non anche da magistrati di primo grado e di appello che quotidianamente vivono nei tribunali.