Clima e agricoltura, l’Udc di Terlizzi: «La Puglia conosce già l’emergenza»
Dagli anni ’80 alle sfide di oggi, il partito richiama gli effetti di caldo e siccità sul comparto agricolo pugliese
Cambiamenti climatici e agricoltura: dalla risposta concreta degli anni '80 ai "tavoli" di oggi.
È terrorismo psicologico sui cambiamenti climatici?
Oppure una realtà che il mondo agricolo pugliese conosce da decenni?
Gli agricoltori pugliesi hanno buona memoria.
Ricordano bene cosa accadde tra il 1983 e il 1985, quando alte temperature e periodi prolungati di siccità provocarono pesanti perdite economiche, compromettendo produzioni agricole e biodiversità del settore primario.
Furono anni difficili, che molti agricoltori ricordano ancora oggi.
L'estate del 1983 è ricordata in Italia e in Europa per una storica e intensa ondata di calore, associata a una forte espansione dell'anticiclone africano. In Puglia e, in particolare, nella provincia di Bari e nella Puglia centrale, il caldo persistente mise a dura prova campagne, colture e risorse idriche.
Ma il fenomeno non si esaurì nel 1983.
Nel luglio del 1985, la stazione di Bari registrò una temperatura massima di circa 42 °C, mentre negli anni successivi si sarebbero registrati valori ancora più estremi: il record della stazione di Bari Palese risale infatti al luglio 2007, con 45,5 °C.
Il dato più importante, tuttavia, non è soltanto il valore massimo raggiunto dal termometro.
È la durata dell'emergenza.
Tra la primavera e la fine dell'estate, periodi prolungati di caldo e siccità misero sotto pressione le colture, con conseguenze particolarmente pesanti per vite e olivo, fino al disseccamento delle piante e alla perdita dei raccolti.
E fu proprio di fronte a quella difficoltà che il territorio seppe reagire.
Nel settembre 1985, a Terlizzi, un gruppo numeroso di agricoltori si organizzò per dare vita alla COOPERAGRI, cooperativa irrigua destinata a diventare uno strumento concreto per affrontare il problema dell'acqua nelle campagne.
Una scelta lungimirante.
La Regione Puglia, in quegli anni, sostenne iniziative socioeconomiche finalizzate allo sviluppo dell'irrigazione e alla modernizzazione del comparto agricolo.
Non ci si limitò a discutere del problema: si investirono risorse per realizzare infrastrutture capaci di produrre effetti nel tempo.
Oggi Cooperagri serve ancora un territorio irriguo di oltre 2.500 ettari.
E qui nasce la domanda che dovrebbe interrogare seriamente la politica regionale.
Cosa è cambiato da allora?
A distanza di oltre quarant'anni, il fenomeno della siccità e delle alte temperature torna a mettere in difficoltà l'agricoltura pugliese.
Cambiano le condizioni, cambiano le tecnologie e cambiano le conoscenze scientifiche, ma rimane una certezza: senza acqua e senza infrastrutture, il settore primario non può garantire il proprio futuro.
Eppure, di fronte all'emergenza, la principale risposta istituzionale sembra essere l'apertura di un "tavolo permanente di consultazione".
Ma un tavolo, per quanto permanente, non porta acqua nei campi.
Non realizza invasi.
Non recupera le perdite delle reti.
Non costruisce sistemi irrigui.
Non salva un raccolto.
Non crea infrastrutture.
Il confronto con gli agricoltori è certamente necessario, ma non può diventare il sostituto delle decisioni e degli investimenti.
Perché il settore primario non è un comparto isolato, dall'agricoltura dipendono una filiera agroalimentare, il commercio, la trasformazione, la logistica, i servizi, l'occupazione e una parte significativa dell'economia regionale.
Quando entra in crisi l'agricoltura, quindi, non perde soltanto l'agricoltore: perde l'intero territorio.
Dopo decenni di programmazione e di investimenti strutturali insufficienti, sarebbe necessario chiedersi se la Puglia abbia davvero una strategia di lungo periodo per affrontare siccità, cambiamento climatico e disponibilità della risorsa idrica.
La storia di Cooperagri dimostra che una strada esiste.
Negli anni '80, davanti a una situazione drammatica, agricoltori e istituzioni seppero trasformare una difficoltà in un progetto infrastrutturale destinato a durare nel tempo.
Oggi servirebbe lo stesso coraggio.
Non altri annunci.
Non soltanto tavoli.
Non propaganda.
Servono progetti, infrastrutture, investimenti e decisioni, capaci di guardare ai prossimi trent'anni e non soltanto alla prossima emergenza.
La Puglia ha già dimostrato, nella sua storia, di saper reagire alle grandi crisi.
Quello che sembra mancare oggi non è la capacità degli agricoltori.
Mancano, forse, politici disposti ad assumersi la responsabilità di fare scelte coraggiose.
Perché l'acqua non si governa con i comunicati stampa.
Si governa costruendo il futuro.