Ciliegie, Cataldi lancia l’allarme: «Costi insostenibili e mercato a rischio»

Il perito agrario terlizzese analizza la campagna cerasicola 2026

lunedì 1 giugno 2026
A cura di Paolo Alberto Malerba
Una qualità che continua a rappresentare un'eccellenza riconosciuta, ma che da sola non basta più a garantire la sostenibilità economica delle aziende agricole. È il quadro che emerge dall'analisi del perito agrario terlizzese Raffaele Cataldi sulla campagna cerasicola 2026, una stagione che sta spingendo l'intero comparto a interrogarsi sul proprio futuro.

La varietà Ferrovia continua a distinguersi per caratteristiche e dimensioni, con calibri che raggiungono anche i 32 millimetri, ma dietro l'immagine di un prodotto di eccellenza si nascondono criticità che interessano un numero crescente di produttori.
«La campagna cerasicola 2026 nella nostra provincia si conferma un momento di profonda riflessione per tutto il comparto. Ci troviamo di fronte a una situazione paradossale: a fronte di una qualità d'eccellenza, rappresentata emblematicamente dalla varietà Ferrovia con calibri che raggiungono i 32 millimetri, il riconoscimento economico alla produzione rimane bloccato su valori massimi di 4,50-4,70 euro al chilo», spiega Cataldi.

Secondo il professionista terlizzese, limitarsi a osservare le quotazioni delle produzioni migliori rischia però di fornire una fotografia incompleta della realtà.
«È necessario guardare in faccia alla realtà: gran parte della produzione, caratterizzata da calibri inferiori, vede quotazioni che scendono drasticamente fino a 2,50 euro al chilo».
Una situazione che diventa ancora più complessa alla luce dell'aumento dei costi che gravano sulle imprese agricole.

«Un prezzo che, se osservato superficialmente, potrebbe sembrare gratificante per le punte di eccellenza, crolla completamente di fronte a un'analisi attenta dei costi. Il costo della manodopera, con operatori che raccolgono tra i 50 e gli 80 chilogrammi al giorno, tocca i 95 euro a giornata. A questo si aggiungono la gestione agronomica e il triplicarsi dei costi energetici e del carburante rispetto allo scorso anno».
Per molte aziende, soprattutto quelle che producono frutti di calibro inferiore, il margine economico si assottiglia fino quasi a scomparire.

«Per le produzioni di calibro inferiore, il margine di redditività è ormai ridotto ai minimi termini, se non inesistente, portando molti produttori a estirpare i propri ceraseti».
L'attenzione si sposta poi sulle dinamiche internazionali e sulla crescente concorrenza proveniente dall'estero.
«Il vero pericolo è di natura strategica: stiamo assistendo a una progressiva erosione del mercato globale. Il consumatore, spinto dall'aumento dei prezzi, sta virando verso prodotti di origine estera, provenienti da Paesi come Turchia, Tunisia, Spagna e Grecia, che offrono standard qualitativi ormai buonissimi, rendendo la distinzione qualitativa rispetto al Made in Italy sempre meno marcata».
Un fenomeno che, secondo Cataldi, rischia di compromettere il patrimonio costruito negli anni dalla cerasicoltura italiana.

«Questa deriva sta vanificando decenni di lavoro e il modello virtuoso che l'Italia ha costruito con pazienza e competenza. Per troppo tempo ci siamo addormentati, vivendo di rendita su una fama consolidata, mentre i Paesi emergenti, con fame e sete di imporsi sui mercati, hanno messo in campo una gestione e un sostegno nazionale capaci di favorire le proprie esportazioni e abbattere i costi strutturali».
Da qui il timore che il prodotto italiano possa perdere progressivamente il proprio vantaggio competitivo.
«Il rischio è il totale disconoscimento del valore del Made in Italy. Una volta che il consumatore mondiale si sarà abituato a prodotti alternativi di qualità comparabile ma a prezzi più competitivi, recuperare queste fette di mercato sarà un'impresa titanica».

Il ragionamento si allarga quindi all'intero sistema agricolo nazionale.
«Non dobbiamo dimenticare che l'agricoltura, in ogni sua articolazione, è un pilastro fondamentale del Pil nazionale. Se si impoverisce un settore strategico come questo, si indebolisce l'intero tessuto economico della Nazione».
Per il perito agrario terlizzese, la sfida non può più essere affrontata esclusivamente sul piano della qualità del prodotto.

«La sfida per la nostra agricoltura non è più solo qualitativa, ma strutturale. Se non si interviene con urgenza per riequilibrare i costi di produzione, che non sono legati soltanto al lavoro nei campi ma a tutti i passaggi dell'indotto della filiera, rischiamo di compromettere in via definitiva la sostenibilità economica di una colonna portante della nostra economia».
Un appello che guarda al futuro di uno dei comparti simbolo del territorio e che si chiude con una riflessione sul rapporto tra qualità e accessibilità del prodotto.

«Non possiamo permettere che l'eccellenza, fiore all'occhiello della nostra terra, diventi un lusso insostenibile che il consumatore, pur volendo premiare il prodotto italiano, non può più permettersi di acquistare».